Viaggiare si può, ma senza barriere

La difficoltà di fruire del proprio tempo libero descritta da tre donne con diverse disabilità, che si scontrano con la scarsa preparazione degli operatori turistici e con stereotipi e pregiudizi diffusi

Anna ne è convinta: ci sono certe immagini che si fissano nella mente delle persone e restano lì, ferme, incapsulate. Si cristallizzano e non vanno più via. Puoi fare i salti mortali, ma non riesci neanche a scalfirle.
«Devo ammettere - racconta - che a volte mi viene da piangere, perché le persone si rifiutano di andare oltre le loro convinzioni. Io, che sono in carrozzina per un’amputazione, mi sento dire continuamente: “Madonna, poveraccia!”. Ma poveraccia di che? Ho una malattia rara, lo so. Non posso camminare e va bene. Ma io vivo, esco, vado a mangiare una pizza, vado in vacanza da sola! Perché mi devi chiamare “poveraccia”? Secondo me gli altri non guardano a te come a una persona e a quello che effettivamente fai, ma proiettano su di te le loro paure, le loro debolezze. È come se io facessi loro da specchio, vedono in me quello che loro potrebbero fare, ma che invece non fanno, e quindi si autoassolvono definendomi in quel modo».

Che il problema sia soprattutto culturale è una convinzione radicata anche in Daniela, donna con disabilità visiva.
«Vi è mai capitato - domanda - di andare al ristorante e sentire il cameriere chiedere ad un altro cosa portarvi? A me succede continuamente. Quando capiscono che sei cieca, non si relazionano più con te, le domande le fanno all’accompagnatore. E, se tu hai un accompagnatore preparato, allora abbassa gli occhi per far capire all’altro che si deve rivolgere a me e non a lui, altrimenti la situazione diventa veramente assurda! Chiedono all’accompagnatore: “E la signora che cosa mangia?”. Ma veramente saprei io quello che voglio mangiare, o no? D’altra parte non li condanno neanche, cerco di capirli. Secondo me si sentono particolarmente in imbarazzo e non sanno più come comportarsi. Per questo credo che servirebbe una maggiore formazione, l’acquisizione di più conoscenze sulla disabilità da parte di chi lavora in certi settori e si relaziona con la clientela. Anche perché non è sempre facile comprendere la disabilità visiva, non è intuitivo. Mentre per una persona in carrozzina si sa che il gradino costituisce un ostacolo e quindi si costruisce uno scivolo, per la disabilità visiva, invece, le difficoltà si complicano. Una persona cieca non legge le espressioni facciali negli altri e quando entra in un ambiente nuovo non sa cosa si troverà davanti; quindi, a volte, la relazione e la comunicazione diventano un po’ più complesse».

Ma anche per una persona con disabilità motoria il problema non sta solo nelle barriere architettoniche. «Eh sì - precisa Giorgia - le difficoltà oggettive ci sono, però io avverto anche e soprattutto la mancanza di considerazione. Mi ricordo una volta che con mio marito abbiamo prenotato un viaggio organizzato in Sudamerica e siamo capitati in un gruppo composto per lo più da sposi in luna di miele. La sera venivano organizzate delle attività di gruppo, quelle cose un po’ stupide, ma che possono diventare anche divertenti se fatte con il giusto spirito, come la votazione dell’abito più bello oppure le cene a tema. Ebbene, noi, pur facendo parte del gruppo, non venivamo mai considerati. Era come se non esistessimo. Nessuno ci ha mai chiamato per le cene. Nessuno ha pensato che anch’io potessi partecipare all’elezione di “Miss Eleganza”. E dire che quella sera mi ero vestita tutta carina, con il mio abito più bello! È questo che mi fa soffrire di più: il non essere vista, il non essere considerata. È come se, stando seduta in carrozzina, la mia femminilità non fosse minimamente colta. E questo anche da parte delle altre donne senza disabilità. Insomma mi sono sentita doppiamente discriminata. E spesso mi sento così».

Settembre 2017