Impegnarsi nella vita pubblica, per diventare un cittadino consapevole

Un uomo sordo impegnato nell’associazionismo intravede un certo arretramento culturale e teme che si possano perdere le importanti conquiste del passato in tema di inclusione sociale

Giulio, quarantenne con disabilità uditiva congenita, racconta la propria infanzia e giovinezza, fatta di normalità e partecipazione all’interno di contesti inclusivi. E denuncia un certo arretramento della società odierna, rispetto ad una cultura diffusa delle differenze.
«Se vogliamo dirla tutta - sottolinea - io non ho vissuto grosse discriminazioni, ho condotto una vita normalissima, come dovrebbe essere quella di tutti. Ho fatto le scuole, ho trovato lavoro, mi sono sposato con una donna senza disabilità. Poi, negli anni, le cose sono cambiate. Sembra quasi che più tempo passi e più emerga la necessità di combattere di nuovo per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità. So che quello che ha funzionato nella mia vita è il risultato di lotte condotte negli anni precedenti; so ad esempio che prima di me c’erano scuole speciali per i bambini con disabilità. Poi, però, quelle conquiste sono arrivate, e io ho potuto vivere in un contesto scolastico inclusivo. Nessuno è mai venuto in classe a fare lezioni di diversità, di accettazione delle persone con disabilità, come invece accade oggi. Eravamo bambini insieme a tutti gli altri, e nessuno ci trattava diversamente. Non da molto ho scoperto che la mia Regione è stata la prima in Italia ad avere introdotto lo screening audiologico neonatale, e anche questo mi ha dato la misura di come la mia vita abbia beneficiato delle conquiste precedenti, cosa di cui a volte non ci rendiamo neanche conto. Adesso invece esiste questo paradosso, questo essere tornati indietro. Allora uno si chiede: “Stavamo meglio prima?”. No, non voglio dire questo, ma forse quando io ero ragazzo, c’erano delle professionalità, un approccio diverso che ti faceva sentire davvero incluso. C’era magari anche una sorta di inconsapevolezza - e non so neanche se questo sia il termine corretto - che ti permetteva di vivere tranquillamente. Credo che oggi si stia smarrendo tutto quello che avevamo conquistato in passato. Per questo racconto spesso la mia esperienza, per far capire che esisteva un modello che funzionava, e che noi dobbiamo cercare di recuperarlo».

Per spiegare meglio il suo punto di vista, Giulio descrive l’esperienza vissuta nello sport, sia a livello dilettantistico che agonistico. «Ho giocato a pallavolo - racconta - e prima ancora a pallacanestro, e l’ho fatto in una squadra normale, insieme agli altri miei coetanei. Qualcuno potrebbe obiettare: “Perché sottolinei la parola normale?”. Lo faccio perché, se penso a quello che accade oggi, vedo squadre composte solo da ragazzi sordi, mentre nel mio caso non è stato affatto così. Addirittura i miei compagni mi invidiavano perché dicevano che avevo un vantaggio rispetto a loro. Quando andavo a giocare, infatti, mi toglievo le protesi e quindi non sentivo nulla intorno a me, ero più concentrato, non mi distraevano i rumori. In un certo senso si potrebbe dire che trasformavo un limite in una risorsa.

«Io credo - prosegue - che lo sport sia un’esperienza bellissima, forse la più bella che abbia mai fatto, perché l’adrenalina che ti spinge a dare il meglio, il cameratismo con i compagni di squadra, il senso di appartenenza sono tutti valori che vivi e che ti rimangono dentro. E poi stare in mezzo agli altri, condividere le cose che si fanno, ti spinge ad ingegnarti, a trovare nuove strategie comunicative. E questo lo facevo anche in maniera inconsapevole. Lo sguardo, i gesti, i movimenti del corpo dell’allenatore e dei compagni mi aiutavano a capire quello che non sentivo. In un certo senso catalogavo tutte le informazioni, che diventavano esperienza e mi aiutavano ad interagire alla pari con gli altri. La sordità non aveva un peso eccessivo per me. Forse pesava quando finiva il primo tempo nella pallacanestro o il set nella pallavolo, perché si rientrava nello spogliatoio e ci si scambiava qualche parola che io ovviamente mi perdevo, ma non era poi così importante. Il punto era solo che io volevo giocare, volevo divertirmi, e basta».

«A volte - conclude Giulio - un errore che si commette, e che faccio spesso anch’io, è quello di addebitare certi insuccessi alla tua limitazione funzionale. E invece poi ti rendi conto che tutto sommato è un problema della collettività, è un problema dei tempi. Non è un caso che, quando leggi i quotidiani, ti rendi conto di come si sia diffusa una sfiducia complessiva nella politica, nel sindacato, nelle organizzazioni di rappresentanza. Questo è un mio impegno costante: distinguere ciò che è legato alla mia limitazione da ciò che dipende dal contesto ambientale circostante. E in questo senso credo che il mondo associativo e il terzo settore in generale rappresentino un valore aggiunto. Mi conforta sapere di altre esperienze simili, di persone che vivono come me, che hanno questa mia stessa difficoltà nel comprendere cosa sia la disabilità, e che ti forniscono il loro punto di vista. Questo molto spesso mi ha aiutato. Perciò credo che sia molto importante, soprattutto per i giovani, partecipare alla vita pubblica, impegnarsi in organizzazioni del terzo settore, per creare una maggiore consapevolezza. Il rischio che tuttora esiste, infatti, è quello di dare vita a delle comunità ghettizzanti: la comunità dei disabili, la comunità dei sordi. Mentre bisognerebbe guardare un po’ più a quello che accade, ad esempio, con il sindacato: i lavoratori si mettono insieme e conoscono meglio i loro diritti, ma non creano un gruppo a parte, sono sempre dei cittadini. Ed è esattamente questo lo spirito con cui mi avvicino al terzo settore».

Luglio 2018