Volevamo solo un figlio, per completare la nostra famiglia

Quando due persone non vedenti decidono di intraprendere un percorso di adozione, questo passa per tanti ostacoli e serve anche qualche incontro fortunato

Inutile girarci attorno: una coppia di persone non vedenti che vuole affrontare un percorso di adozione viene vista a dir poco con diffidenza. E quelle persone possono riuscire nel loro intento solo se hanno la fortuna di trovare professionisti intelligenti, disposti anche a mettersi in contrasto con i colleghi. «Eravamo certamente una coppia strana - racconta Livia - ma abbiamo avuto la grande fortuna di trovare una psicologa e un’assistente sociale che, prima di dirci di no, hanno voluto conoscerci e successivamente si sono battute perché potessimo andare avanti».

Il complicato iter ha preso il via con un corso di preadozione all’interno di un gruppo alla pari: «Noi non potevamo leggere, non potevamo scrivere, ma potevamo ascoltare e parlare, e questa era la nostra possibilità di contribuire in un gruppo di pari, perché in quel momento tutti stavano lavorando per il medesimo scopo».

Poi sono arrivati i lunghi colloqui e le tante domande, spesso pesanti, delicate, ma secondo Livia sempre appropriate. A prepararla bene era stata un’amica con esperienze di lavoro in un centro di adozione: «Mi aveva chiesto di rispondere a tutte le domande possibili, anche a quelle più cattive, e questo mi aveva fatto riflettere molto, dandomi la giusta forza per affrontare quei colloqui. Uno dei primi quesiti che mi hanno posto è stato: “Ma lei come fa a pulire, a cucinare, a stirare?”. “Ne sono capace”, ho detto. E poi: “Ma come farete quando dovrete andare in vacanza?”. Ho risposto con tranquilla fermezza, ponendo a mia volta una domanda: “Scusate, ma quante donne vedenti hanno una collaboratrice in casa? Perché non fate a loro questa domanda e la fate a me? Io lavoro tutti i giorni in un posto lontano da casa, e poi lavoro anche in casa, stiro, cucino, metto in ordine. Ma soprattutto posso permettermi una persona che mi aiuti”. La domanda forse più cattiva è stata però quando mi hanno chiesto: “Ma lei vuole un figlio perché così quando avrà diciotto anni la scarrozzerà avanti e indietro?”. Non ci ho pensato un istante: “No, voglio solo un figlio. Voglio che la mia famiglia sia completa. Non so chi arriverà, non mi interessa. Non voglio un figlio per farmi servire, lo voglio per completare la nostra famiglia”».

La successiva visita alla casa di Livia ha fatto probabilmente segnare un passaggio determinante sulla strada dell’idoneità. Infatti, in un salotto pieno di statuine dalle forme ora morbide ora lucenti, alle operatrici che chiedevano la ragione di quelle presenze, Livia ha risposto: «Ci sono statuine morbide come può essere l’accoglienza di una mamma che abbraccia un figlio. Altre invece sono fatte di luce, per dare tutto il senso della gioia. E non mi hanno più fatto altre domande!».

Un altro momento faticoso è arrivato di fronte al giudice onorario, inizialmente molto rigido e formale. Ma Livia è riuscita a scioglierne la freddezza, rispondendo senza tentennamenti ad una domanda sul significato della sua disabilità. «Io con lei sto parlando - ha detto al giudice -, io posso comunicare e voglio comunicarle che per me un bambino è un bambino, al di là della sua provenienza, al di là della sua condizione fisica».
A quel punto il colloquio è filato via tranquillo, fino alla stretta di mano finale. Ed è poi arrivata l’idoneità all’adozione, senza alcuna restrizione.

Positiva si è rivelata anche la scelta dell’ente che avrebbe dovuto condurre in porto l’intero percorso. «Un ente - spiega Livia - che crede in quello che fa, mettendo al centro di tutto l’adozione e agendo con grande intelligenza, al di là di ogni possibile interesse economico. Anche qui abbiamo dato la nostra piena disponibilità, senza porre paletti o condizioni particolari, salvo per il fatto che il bambino o la bambina fossero compatibili con la mia limitazione visiva. Mi spiego meglio: con un bimbo sordo non avrei potuto farcela. Con un bimbo non vedente sì, a patto che non fosse troppo grande. Credo infatti che, se un bambino non vedente non è stato stimolato ed educato nel modo giusto, possa avere delle forme di chiusura, ulteriori deficit per i quali io non potrei più essere d’aiuto. Gestirne i comportamenti quasi certamente sì, ma quali opportunità di vita potrei dare ad un ragazzo già cresciuto? È stata una questione sulla quale ha pesato anche la nostra condizione familiare. In quel momento, infatti, io e mio marito eravamo praticamente soli, con genitori molto anziani. Quale futuro, quindi, avremmo potuto garantire ad un figlio o ad una figlia con problematiche aggiuntive rispetto alla cecità? Per carattere, poi, sono sempre portata a guardare avanti nel tempo e anche questo ha influito. Un giorno, comunque, eravamo in vacanza e mi arrivò una telefonata dall’ente che ci aveva seguito: “Potreste passare da noi? Dovrei dirvi una cosa!”. Allora ho capito che ce l’avevamo fatta!».

Maggio 2018