Vorrei tanto che il Napoli vincesse lo scudetto!

La storia di un uomo sordocieco: i primi 17 anni in istituto, poi le scuole di tutti, la laurea, un lavoro e la vita indipendente, ricordando la centralità dell’abilitazione e i limiti dei servizi pubblici

«Peppino, sai ‘na cosa? Ccà abbasce ce stà uno ca’ s’interessa de’ surde e de’ cecate, comm’a té. ‘O vuó conoscere?»: quelle parole, pronunciate nel mio stesso dialetto da un amico e compagno di istituto, mi hanno letteralmente cambiato la vita, portandomi a conoscere una nota associazione specializzata nei problemi delle persone sordocieche, della quale sono via via diventato utente, volontario e dipendente.

Io sono cieco dalla nascita e sordo acquisito. Cosa che ad un certo punto mi ha reso diverso anche agli occhi dei miei amici non vedenti. E per giunta in un periodo complicato dell’esistenza, come quello dell’adolescenza.
I miei genitori mi hanno amato molto e nei limiti delle loro possibilità hanno cercato di darmi gli strumenti per avere la miglior vita possibile. Però la loro conoscenza della disabilità era quel che era, in un’epoca, quasi quarant’anni fa, in cui si pensava che per un bambino come me il massimo fosse un istituto per ciechi. E così le elementari e le medie le ho fatte proprio in un istituto, dove si trovava già anche un mio cugino non vedente, mentre alle superiori sono andato in una scuola di tutti, pur continuando a frequentare l’istituto nei pomeriggi per studiare.

Nel ricordare quei diciassette anni di istituto, cerco sempre di essere il più equilibrato possibile e di considerare ogni aspetto, sia nel bene che nel male.
In quell’arco di tempo sono cambiate davvero tante cose. Penso agli operatori dei primi anni, poco preparati e fortemente autoritari. Ero un bimbo un po’ chiuso, restavo sulle mie e non sempre capivo quel che mi dicevano, perché stavo man mano perdendo l’udito. Capitava così che alcuni di quegli operatori mi considerassero una persona con disabilità anche cognitiva e siccome chi aveva una disabilità cognitiva non era trattato come una persona, ma come uno stupido, da stupido trattavano anche me, nonostante i buoni risultati in classe.

Qualcosa però stava cambiando, fuori e dentro di me. Fuori la cultura della disabilità iniziava a crescere, così come la preparazione degli operatori; dentro di me aumentavano la costanza e la volontà di farcela.
Posso addirittura dire di essere stato fortunato nell’incontrare persone che mi hanno aiutato, buoni amici e anche brave insegnanti di sostegno alle scuole superiori. Ne ricordo una in particolare, dal carattere duro e severo, che però capiva le mie difficoltà e l’impegno nel cercare di superarle.

Poi è arrivata quell’associazione che mi ha cambiato la vita. Prima cosa fondamentale, mi ha fatto capire di non essere solo e che c’erano tante altre persone sordocieche come me. Quindi mi ha fatto conoscere dei metodi di comunicazione che potevano permettermi di superare la disabilità uditiva.
Nel frattempo la tecnologia stava facendo progressi che non si potevano proprio immaginare. La tecnologia è fantastica, ha aiutato tantissimo e continua ad aiutare le persone con disabilità. Mi basta ricordare che solo vent’anni fa un cieco come me stava ancora a lavorare con la tavoletta e il punteruolo e, se qualcuno non conosceva quel sistema, scriversi era praticamente impossibile.

Oggi, tanti anni dopo, la mia storia è quella di un laureato, impiegato part-time, che vive da solo in un piccolo Comune. Quest’ultimo mi garantisce quattro ore di assistenza domiciliare alla settimana, che però sono assolutamente insufficienti alle mie esigenze e per le quali devo oltretutto compartecipare alle spese. Ho quindi dovuto prendere due assistenti e pagarli in qualche modo di tasca mia, con enorme fatica a far quadrare i conti.
E così, mentre cresce in me la voglia di autonomia e la consapevolezza dei miei diritti, fuori vedo una società dove domina sempre più il mercato e in cui i sistemi di garanzia e sostegno sociale rischiano di essere annullati un po’ alla volta. Vedo anche una cattiva gestione della spesa pubblica e continue “guerre tra poveri”, per dividersi il poco che c’è a disposizione.
Chissà, forse anche per questo, a chi mi chiede quali siano i miei progetti e gli obiettivi più immediati per il futuro, ultimamente rispondo sempre nello stesso modo: «Vorrei tanto che il Napoli vincesse lo scudetto!».

Agosto 2017