Paradiso del welfare, ma non per tutti

La mobilità in Norvegia giudicata da una studentessa cieca in Erasmus: nonostante le aspettative, mancano percorsi e mappe tattili, e in Italia siamo più avanti con la legge sui cani guida

Alcune situazioni paradossali vissute in Norvegia da Gisella, giovane donna cieca, fanno dubitare fortemente della tradizionale visione di “paradiso del welfare” assegnata ai Paesi del Nord Europa. Una convinzione fortemente radicata, soprattutto se messa a confronto con la situazione italiana.
Gisella, infatti, non ha vissuto affatto bene la sua esperienza in territorio scandinavo con l’Erasmus, il programma di mobilità studentesca dell’Unione Europea. E la prima questione che pone in evidenza è quella dei mezzi pubblici: «Qui da noi lo Stato, per lavarsene le mani, ti dà l’indennità di accompagnamento, così non rompi le scatole e con quei soldi ci fai quello che vuoi. In Norvegia, invece, il concetto è completamente diverso: siamo tutti uguali, quindi ti rendo accessibile ogni luogo ma anche tu paghi, alla stessa stregua di tutti gli altri. Per cui, ad esempio, per i mezzi pubblici occorrevano 40 euro di abbonamento mensile per studenti. A parte il fatto che una tariffa del genere mi sembra eccessiva per chi studia, ma d’accordo cerco di adeguarmi all’alto costo della vita. Il problema però qual è? Che la legge norvegese, a differenza che in Italia, non prevede l’accesso generalizzato al cane guida nei luoghi ad uso pubblico. Cosicché, nel mio caso, si è creata la situazione assurda che per acquistare l’abbonamento ho dovuto dare la mia carta di credito a un’altra persona, perché il negoziante si rifiutava di fare entrare l’animale. In pratica, in quel Paese, l’accesso o meno al cane guida è una scelta discrezionale dei singoli esercenti».

Il secondo paradosso si connette più strettamente alla limitazione visiva di Gisella e riguarda in particolare le stazioni della metropolitana. Per sintetizzare la situazione: tutto bene i percorsi per le persone con disabilità motoria, molto male per le persone con disabilità visiva. «C’erano sei treni nella città in cui studiavo e non c’era nessun annunciatore della linea - racconta infatti - nemmeno per dirmi tra quanto sarebbe arrivato il mio treno. In più, niente percorsi tattili a terra, niente mappe tattili. I norvegesi poi sono, in genere, molto silenziosi e quindi non sapevo nemmeno se c’erano persone di passaggio a cui chiedere. Aspettavo, fino a quando qualcuno si rendeva conto del mio problema e veniva ad aiutarmi. Dentro ai vagoni, per fortuna, le fermate venivano annunciate dal sintetizzatore vocale, almeno quello».

Per quanto riguarda invece l’alloggio assegnatole dall’università, a Gisella si ripresenta il problema del cane guida, nonostante le regole sembrino del tutto chiare. «Il contratto d’affitto - ricorda - stabiliva il divieto di portare animali in casa, ad eccezione di cani guida e cani d’assistenza. Quando però mi sono sistemata in una camera singola, all’interno di un appartamento con altre quattro persone, stile campus americano, dopo tre giorni mi è arrivata una lettera in cui si diceva che con il cane non ci potevo stare, perché qualcuno di passaggio per la casa avrebbe potuto essere allergico! A quel punto ho ricordato semplicemente quel che era scritto sul contratto».

Problema risolto? Tutt’altro. Gisella, infatti, viene trasferita in un altro appartamento, molto più costoso, da sola, «perché - spiega - secondo la visione norvegese, se il disabile ha il cane guida, vive da solo. Di per sé quella situazione non mi piaceva affatto. Innanzitutto l’Erasmus, se non sbaglio, dovrebbe essere anche un’esperienza di socializzazione. In più mi hanno sistemata proprio in fondo al campus, costringendomi ad attraversare collinette vere e proprie, con una grande pendenza, che con l’imminente arrivo dell’inverno sarebbero ghiacciate. Fortunatamente con il mio cane guida l’uscita la trovavo, ma per me era tutto poco accessibile: ponti, salite e discese ovunque, e in totale assenza di mappe tattili. D’accordo, di gradini non ce n’erano, ma dopo qualche settimana gli scivoli sarebbero stati tutti ghiacciati. Come fare quindi a muovermi? E a chi rivolgermi per protestare?».
Gisella apprezza molto che in Norvegia, almeno sulla carta, tutte le persone vengano considerate allo stesso modo, ma ciò comporta anche la logica mancanza di uno specifico ufficio rivolto alle persone con disabilità. Per far quindi presente la propria situazione, si rivolge all’ente che si occupa delle abitazioni, dal quale le rispondono semplicemente che, con il trasferimento nell’appartamento da sola, il problema del cane era stato risolto.
«È stata la classica goccia che fa traboccare il vaso - racconta. Sì, è vero che avevano risolto il problema del cane, tra l’altro senza il mio volere, ma di problemi ce ne erano anche altri: non potevo mica rischiare di rompermi l’osso del collo!».
Una stanza in affitto da qualche altra parte avrebbe avuto costi improponibili. E in quell’anno di Erasmus l’unico rimborso previsto avveniva tramite la presentazione di scontrini e ricevute che giustificavano le spese aggiuntive dovute alla disabilità. Rimborsi che però non erano sempre sicuri, perché vincolati ai fondi disponibili.
Le complicazioni, quindi, si rivelano davvero troppe. E così Gisella, dopo soli due mesi, decide di tornare a casa, soddisfatta nonostante tutto. «Avevo dimostrato a me stessa - conclude - che potevo comunque vivere da sola in un Paese straniero».

Gennaio 2018