Diritto alla vita

Fatti, violazioni, denunce

Il 14 febbraio 2019 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a due uomini che avevano ucciso le rispettive mogli: Vitangelo Bini, di 89 anni, e Giancarlo Vergelli, di 88 anni. Nella nota della presidenza si afferma che la decisione è stata presa tenendo conto «dell’età avanzata dei condannati e delle precarie condizioni di salute dei medesimi, dei pareri favorevoli espressi dalle autorità giudiziarie nonché delle eccezionali circostanze in cui sono maturati i delitti, evidenziate nelle sentenze di condanna».
Vitangelo Bini uccise la moglie, che da anni era malata di Alzheimer, l’1 dicembre del 2007, sparandole tre colpi di pistola nel letto dell’ospedale di Prato dove era ricoverata, dopo aver saputo di un nuovo peggioramento delle sue condizioni. L’ultimo dei tre colpi pare dovesse essere rivolto a se stesso, ma vedendola muoversi dopo i primi due le esplose anche il terzo, pensando fosse ancora viva. Nel giugno del 2018 la Cassazione confermò la condanna a 6 anni e mezzo di reclusione condividendo le conclusioni dei giudici di merito, che avevano ritenuto l'uomo, al momento del fatto, in condizioni di "diminuita capacità di intendere", ma non in quella di aver agito "per motivi di particolare valore morale o sociale", come si richiedeva invece nel ricorso presentato dalla difesa. Nelle motivazioni della sentenza si afferma, infatti, che non può essere ritenuta "di particolare valore morale" la condotta di "omicidio di persona che si trovi in condizioni di grave ed irreversibile sofferenza fisica", perché "nell'attuale coscienza sociale il sentimento di compassione o di pietà è incompatibile con la condotta di soppressione della vita umana verso la quale si prova il sentimento medesimo". "Nei confronti degli esseri umani operano i principi espressi dalla Carta costituzionale, finalizzati alla solidarietà e alla tutela della salute" - osservano i giudici -, dunque la nozione di compassione, a cui "il sentire comune riconosce un altissimo valore morale", resta "segnata" dal "superiore principio del rispetto della vita umana, che è il criterio della moralità dell'agire”.
Giancarlo Vergelli uccise la moglie malata di Alzheimer il 22 marzo del 2014 strangolandola con una sciarpa, e si costituì poi alla polizia, confessando di averlo fatto perché non riusciva più a sopportare l’aggravamento della malattia della donna. Nel febbraio del 2018 la Cassazione confermò la condanna a sette anni e otto mesi per omicidio volontario maturato in condizioni particolari, senza riconoscere un “particolare valore etico al suo gesto”. Nel ricorso in Cassazione si sosteneva che l'uomo aveva deciso di “porre fine alle sofferenze della persona, conformemente ai suoi desideri espressi in vita” e che egli intendeva impedire, nel caso della propria morte, che il peso della donna ricadesse sulle figlie, non potendola ricoverare in un istituto. “È da escludere – si afferma nella sentenza – che la consapevolezza della carenza di strutture pubbliche idonee a coadiuvare la famiglia nell'assistenza di congiunti gravemente malati e senza possibilità di guarigione, commista alla preoccupazione di gravare sulla vita di altri congiunti, pure se moralmente e giuridicamente obbligati verso la persona malata, possa generare, secondo la coscienza etica prevalente nella collettività, la spinta volta a sopprimere la vita dell'infermo”.