Pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti

L’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) prevede l’obbligo positivo degli Stati di garantire che, nel corso della reclusione, ogni persona sia detenuta in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, e che le condizioni di esecuzione della misura detentiva non sottopongano la persona stessa a un disagio o a una prova di un'intensità superiore all'inevitabile livello di sofferenza insita nella detenzione. Inoltre, la CEDU impone che, tenuto conto delle esigenze pratiche della prigionia, siano assicurati adeguatamente la salute e il benessere del detenuto, specialmente attraverso la somministrazione tempestiva delle cure necessarie.
Allo stesso modo, la cogenza dell’articolo 32 della Costituzione italiana in materia di tutela della salute non risulta in alcun modo intaccata dallo stato di reclusione. E la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ribadisce il divieto di sottoporre le persone con disabilità a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, vincolando gli Stati firmatari ad adottare le misure necessaria a che ciò non avvenga (art. 14 e 15).

Contesto

Più volte l’Italia è stata censurata dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per il sovraffollamento degli istituti penitenziari, ma anche per una non adeguata tutela della salute dei detenuti.

Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle sue Osservazioni conclusive al primo Rapporto sull'implementazione della Convenzione ONU in Italia ha evidenziato una serie di preoccupazioni, legate: 1) alle misure restrittive a carico delle persone “socialmente pericolose”; 2) alla possibilità di dichiarare le persone con disabilità intellettive o psicosociali non idonee a ricorrere in giudizio e quindi al rischio che possano essere sottoposte per un tempo indefinito a misure di sicurezza che le privino forzatamente della libertà; 3) alla mancanza di pari trattamento dei detenuti con disabilità rispetto a quelli senza disabilità.

Le violazioni accertate dell’articolo 3 della CEDU e le raccomandazione del Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità impongono, quindi, un'attenta considerazione delle condizioni delle persone con disabilità recluse.

L'ordinamento italiano prevede che possa essere richiesta, accertata e riconosciuta, con specifici procedimenti, l’incompatibilità della carcerazione con gravi motivi di salute. In tali casi deriva la concessione, su ordinanza del giudice competente, degli arresti domiciliari. Si tratta, tuttavia, di casi estremi e connessi a situazioni di salute, e non di disabilità nel suo significato più corretto. Sarebbe pertanto necessario monitorare l’effettiva accessibilità delle strutture penitenziarie, non solo rispetto alla presenza di stanze di pernottamento attrezzate e alla più complessiva fruibilità di tutti gli ambienti di cui possono disporre i detenuti, ma anche rispetto alle generali condizioni di vita degli stessi in relazione alla detenzione e alla possibilità di fruire, al pari degli altri reclusi, di pene alternative.

In conformità con la normativa nazionale e internazionale, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, con la Lettera circolare n. 0089149 del 14/03/2016 avente come oggetto "La condizione di disabilità motoria nell’ambiente penitenziario – Le limitazioni funzionali", individua gli interventi specifici di competenza dell’Amministrazione Penitenziaria, con l’obiettivo di garantire la massima autonomia possibile della persona con disabilità e di favorirne l’accesso ai servizi sociosanitari.
In particolare, la Lettera affronta le questioni relative a: l’accessibilità delle strutture e gli accomodamenti ragionevoli, la presa in carico della persona con disabilità e il programma di trattamento rieducativo (si ricordi l’articolo 27 della Costituzione italiana) individualizzato, l’assistenza sanitaria, la formazione di altri detenuti al lavoro di caregiver sul modello di quello familiare, la raccolta dei dati e il monitoraggio.

La Legge 30 maggio 2014, n. 81, concernente "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 marzo 2014, n. 52, recante disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari", ha sancito la cessazione, al 31 marzo 2015, dell'attività degli OPG. Pertanto, dal 1° aprile 2015 l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive consistenti nell'assegnazione a Casa di cura e custodia e nel ricovero in Ospedale psichiatrico giudiziario viene definitivamente sostituita dal ricovero nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). A tale data, tuttavia, il percorso non risultava del tutto concluso, e con il DPCM del 19 febbraio 2016 veniva nominato un Commissario unico per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, che ha concluso il suo mandato nel febbraio del 2017.
I principi che guidano il funzionamento delle REMS sono: la residualità (come extrema ratio, solo se le altre misure non sono effettivamente adeguate a far fronte alla pericolosità sociale della persona, peraltro non deducibile dalle condizioni di vita individuale); la transitorietà (la permanenza nella struttura deve avere un tempo definito), la territorialità (le persone sono ospitate nelle strutture che ricadono nella loro Regione di provenienza), il numero chiuso (non tutti possono entrare nelle REMS), il rifiuto della coercizione (in particolare della contenzione). 

Con il superamento degli OPG, la legge prevedeva, oltre all'istituzione delle REMS, anche la costituzione negli istituti penitenziari di reparti denominati “articolazione per la tutela della salute mentale”, a esclusiva gestione sanitaria, rivolti a persone con disagio psichico non sottoposte a misure di sicurezza. In proposito, il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, constatati i limiti della situazione attuale, al fine di tutelare al meglio il diritto alla salute psichica delle persone detenute, auspica l'introduzione di alcune modifiche normative. E ciò in tre direzioni: l’equiparazione di patologie fisiche e psichiche nell'accesso alla sospensione della pena; la previsione di sezioni specificamente riferite al disagio psichico sopravvenuto durante la detenzione; la continuità dei trattamenti sanitari in corso all’esterno o all’interno degli istituti penitenziari in caso di trasferimento.

Dati

Nella Relazione al Parlamento 2018 del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, si riconosce che "l’introduzione delle REMS deve essere considerata una vittoria della battaglia per il superamento degli Ospedali psichiatrici. Tuttavia non può ancora essere ritenuta un punto di arrivo del percorso di tutela e umanizzazione della cura e del trattamento della malattia mentale". In alcune Regioni, infatti, si riscontrano "realtà locali improntate sul vecchio modello manicomiale e tendenze operative o della Magistratura che ancora si discostano da quanto previsto dalle recenti normative in materia".
Si denuncia, in aggiunta, come il ricorso al ricovero presso le REMS venga impiegato in modo diffuso e non con quella residualità e transitorietà che dovrebbero guidare il ricorso a tale misura.
Inoltre, sebbene il ricovero debba essere finalizzata al recupero della persona e al superamento della pericolosità sociale, secondo la Relazione non appaiono isolati i casi di assenza del progetto terapeutico riabilitativo individuale (PTRI), sintomo di una mancata presa in carico della persona da parte dei servizi territoriali in previsione delle sue dimissioni dalla struttura.
Un ulteriore aspetto critico riguarda la conduzione della quotidianità e la gestione degli spazi. Se, infatti, in alcuni casi è stata colta la sfida positiva al cambiamento, in altri contesti risultano assenti "allestimenti per la vita in comune e spazi all’aperto adeguati e secondo un modello diverso da quello detentivo e che soprattutto non veicoli un’idea di punizione". L’inadeguatezza, a volte, si riscontra anche per gli spazi personali e per le attività quotidiane interne, che "spesso sono lontane dal fine riabilitativo e di cura nel rispetto del principio dell’autodeterminazione della persona". In alcune REMS, ad esempio, l’accesso agli ambienti di vita comune, e anche a quelli privati, è precluso in determinati giorni o in determinate ore della giornata.
In conclusione, si riconosce che "la riconversione di grandi strutture manicomiali, centrate sulla logica segregante e istituzionalizzante, in strutture di misura ridotta e centrate sul reinserimento possibile e progressivo, non è un percorso semplice. Soprattutto quando il personale si è operativamente formato nella passata esperienza".

Il Garante Nazionale sottolinea anche il rischio di marginalità e annullamento delle differenze di genere che incorre nelle strutture penitenziarie e nelle REMS. Ed evidenzia la necessità di porre una particolare attenzione a questo tema, valorizzando tempi, spazi e attività corrispondenti alle esigenze e agli interessi delle donne.

Secondo i dati presentati nella Relazione al Parlamento 2019, nell'anno 2018 risultano ospiti delle REMS 629 persone (65 donne e 564 uomini), delle quali 249 sulla base di misure di sicurezza provvisorie (che coincidono con una fase di incertezza diagnostica e processuale) e 357 con misure di sicurezza definitive (cui si aggiungono 23 casi di sospensione o trasformazione della misura di sicurezza). Dei 357 ospiti con posizione giuridica definitiva, 165 (pari al 46,2%) possiedono un progetto terapeutico riabilitativo individuale.
Al 31 dicembre 2018, 603 persone attendono (a seconda dei casi, in carcere, se già arrestate, o in libertà) di essere accolte presso le strutture territorialmente competenti per indisponibilità di posti.

Fatti, violazioni, denunce

Nel dicembre del 2015, nel carcere di Parma, si impicca un uomo di 49 anni. Nello stesso carcere il primo maggio del 2017 si suicida per asfissia causata dall’uso volontario di una bomboletta di gas un uomo di 76 anni. E nel mese di aprile muore un detenuto di 62 anni dopo che da diverso tempo protestava per le sue precarie condizioni di salute e l’insufficienza delle cure ricevute. Il Garante dei detenuti Roberto Cavalieri sostiene che i tre casi abbiano diverse cose in comune: «La impossibile convivenza di una stato di patologia grave con la detenzione e l’attesa, vana, di una soluzione a questo problema che porta all’inevitabile accettazione di una morte indecente. A.R. era recluso nel Centro diagnostico terapeutico ed è morto per impiccagione. C.N. era recluso nel reparto Minorati fisici, con questo orribile termine, ereditato da una cultura penitenziaria che risale alle regole detentive della prima metà del novecento e che ancora dura perché nessuno ha voglia di cambiarla, ci si riferisce ad un luogo di reclusione dove si trovano persone che se fossero libere sarebbero “disabili”, “invalidi” o “non autosufficienti”. A.T. stava invece perennemente in cella convivendo con l’incertezza di quale patologia affliggesse il suo corpo e dopo essere sopravvissuto ad un ictus. Tutti e tre scontavano pene lunghe, anche l’ergastolo, che quando non ostativo di diritto lo era però di fatto. Tutti e tre vivevano in sezioni diverse, in celle singole, non partecipavano ad alcuna attività ed erano casi in carico anche alla sanità».