Stereotipi e pregiudizi

Dati

Nel 2019 è stata pubblicata la quarta edizione della Mappa dell’intolleranza in Italia, realizzata da Vox – Osservatorio italiano sui diritti.
La mappa è il risultato di un lavoro di monitoraggio della rete Twitter, realizzato nel periodo che va da marzo a maggio 2019, allo scopo di identificare le aree geografiche dove risulta maggiormente diffusa l’intolleranza rispetto a 6 gruppi di persone: donne, omosessuali, immigrati, disabili, ebrei e musulmani.

Tra i 215.377 tweet analizzati (con valenza sia positiva che negativa), si registrano 23.499 tweet in cui compaiono le parole “sensibili” selezionate dai ricercatori in relazione alla disabilità. Nello specifico, dei 151.783 tweet negativi complessivamente rilevati, circa l’11% contiene espressioni di odio contro le persone con disabilità, pari a 16.676 tweet negativi (il 71% di quelli che hanno come oggetto persone con disabilità), di cui 3.430 geolocalizzati.
La mappa degli insulti rivolti alle persone con disabilità evidenzia una diffusione dei tweet negativi a macchia di leopardo in tutta la penisola. Le aree dove si registra una maggiore concentrazione sono il napoletano e il Nord del Paese. A risultare più intolleranti sono soprattutto le grandi città: Milano, Napoli e Venezia, ma anche Firenze e Torino.
La diffusione dei tweet di odio nei confronti delle persone con disabilità risulta in crescita rispetto al 2018 e si impenna con il clamore mediatico attorno alle tematiche legate al mondo della disabilità.

Nel 2016 sono stati pubblicati i primi risultati, relativi all'Italia, di un’indagine sui crimini di odio e i discorsi di incitamento all’odio realizzata nell'ambito del progetto europeo Emore: monitoring and reporting online hate speech in Europe. L'indagine ha inteso indagare i cosiddetti hate crimes e hate speeches, ossia tutte quelle forme di espressione o azione che costituiscono un reato o di espressione orale e scritta, sia online che offline, che originano da pregiudizi o preconcetti determinati dall'appartenza (anche presunta) della vittima ad un determinato gruppo sociale.

Dall'analisi dei 790 questionari compilati in Italia, emerge che più di un terzo di coloro che hanno risposto alle domande (il 36,8%) è stato vittima di hate crime, hate speech o altra forma di pregiudizio (quest’ultima opzione risulta la casistica più frequente) sulla base di razza, origine etnica, nazionalità, religione, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. E il 65,9% ne è stato testimone.
In particolare la disabilità è all'origine di hate crimes, hate speechs o altre forme di pregiudizio nel 9% dei casi.

Fatti, violazioni, denunce

Supportata dalla Federazione lombarda LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) ha chiesto l’apertura di un’istruttoria davanti al Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia del Direttore del giornale «La Voce di Mantova», per il titolo di un articolo pubblicato nel mese di gennaio del 2017 (Mongoli in mongolfiera a fuoco dopo l’atterraggio sui cavi dell’alta tensione) ed esposto a fianco delle edicole di Mantova quale “civetta” del giorno.
La LEDHA ha precisato che «le persone vittime di uno sfortunato incidente a bordo di una mongolfiera non erano abitanti della Mongolia, ma cittadini tedeschi e nessuno di essi era una persona con sindrome di Down. Il termine “mongolo” è stato quindi usato come un semplice dispregiativo, così come nel linguaggio comune e volgare vengono utilizzati termini come “idiota”, “stupido”, “impedito”».
Dal canto suo, il presidente nazionale dell’AIPD, Paolo Virgilio Grillo, oltre a sottolineare che «usare la parola “mongolo” come una palese offesa ci fa regredire, dopo anni e anni di lavoro sulla stigmatizzazione di tali espressioni», ha ricordato che in tal modo «sono state anche violate le norme deontologiche contenute nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista (articolo 6, comma a: “Il giornalista rispetta i diritti e la dignità delle persone malate o con disabilità siano esse portatrici di menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali, in analogia con quanto già sancito per i minori dalla ‘Carta di Treviso’”), che tutti i giornalisti devono rispettare pena provvedimenti disciplinari dell’ordine territoriale competente».

 

Nel mese di ottobre del 2017, la FIE (Federazione Italiana Epilessie) ha segnalato un caso di discriminazione nei confronti di una persona con epilessia avvenuto a Marotta di Fano (Pesaro-Urbino), dove una donna di 47 anni ha avuto una crisi epilettica generalizzata, risoltasi spontaneamente nel giro di pochi minuti, mentre era in un ristorante. Al marito, recatosi alla cassa per pagare ciò che la famiglia non aveva fatto in tempo a consumare, la ristoratrice ha detto che «persone come loro sarebbe meglio se ordinassero e mangiassero la pizza a casa» e lo ha rimproverato di «avere spaventato la clientela».
In una nota ufficiale della FIE, si dichiara che «nessun allarme si era creato nel ristorante in occasione dell’episodio e, anzi, un paio di persone si erano avvicinate alla coppia offrendo il loro aiuto per soccorrerla». Secondo la Federazione, si tratta solo dell’ultimo di «numerosi episodi in cui le persone con epilessia sono vittime di discriminazione, conseguenza dello stigma che grava su di loro a causa della malattia e della scarsa conoscenza di essa».
Tra gli altri casi recenti segnalati dalla FIE, vi è quello di «una ragazza che ha avuto una crisi mentre era alla fermata dell’autobus, ma che non ha ricevuto soccorso dai passanti ai quali aveva chiesto aiuto. Inoltre, diversi lavoratori, dopo una crisi epilettica sul posto di lavoro, sono stati relegati in mansioni sempre più marginali, sino ad essere sospesi e poi licenziati. E infine, numerosi studenti vengono sistematicamente esclusi dalla partecipazione alle gite scolastiche, con vari pretesti, ma in realtà perché la scuola non intende farsi carico della gestione di studenti con epilessia».