Accomodamento ragionevole

Il concetto “accomodamento ragionevole”, ripreso dalla CRPD (art. 2, comma 1, lett. d) assume rilevanza e pregnanza nell’inclusione e nelle pari opportunità di accesso a servizi, prestazioni, opportunità. È, quindi, funzionale alla esigibilità di tutti i diritti ribaditi dalla Convezione ONU.
La CRPD lo definisce come l’assieme delle “modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un onere sproporzionato o eccessivo adottati, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali”.
Esso, pertanto, è inteso a garantire la giustizia individuale, nel senso in cui vengono assicurate la non discriminazione e la parità tenendo conto della dignità, dell’autonomia e delle scelte della persona.

Va da sé che un accomodamento ragionevole non può sostituirsi all’obbligo di garantire l’accessibilità delle infrastrutture, dell’ambiente costruito, dei servizi, dei beni, dei prodotti secondo i principi della progettazione universale, come pure il rispetto della generale disciplina dei servizi sanitari, sociali educativi o comunque rivolti alla collettività. O ancora ai diritti civili, di protezione sociale, di accesso all’informazione, alla comunicazione. Esso riguarda anche accomodamenti procedurali, come nel caso, ad esempio, dell’accesso alla giustizia e della partecipazione ai procedimenti che riguardano come parti in causa le persone con disabilità. L’accomodamento ragionevole assume poi un significato particolare nell’ambito dell’istruzione, ove questo è strettamente connesso con la personalizzazione o la necessità di sostegno, ma anche in ambito lavorativo.

Merita di ricordare che la CRPD stabilisce che il diniego di accomodamento ragionevole configura una forma di discriminazione.

La Convenzione non fornisce indicazioni specifiche rispetto a che cosa operativamente costituisca un accomodamento ragionevole. Il Commento generale No. 2 ne sottolinea la natura individuale e personalizzata. Ne deriva che l’accomodamento deve essere adeguato, cioè appropriato per la singola persona, definito con il suo diretto coinvolgimento e finalizzato ad impedire il rischio di esclusione che quella specifica persona incontra.

Contesto

Il recepimento e la declinazione del concetto di accomodamento ragionevole è ancora pressoché assente nella normativa italiana. Non a caso nell’agosto del 2016, il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle sue Osservazioni Conclusive al primo Rapporto sull’implementazione della Convenzione ONU in Italia, ha espresso (punti 9, 10, 84) preoccupazioni e raccomandazioni proprio su tale aspetto.

Il Comitato ha espresso preoccupazione perché la legislazione nazionale non prevede una definizione di accomodamento ragionevole e non include l’esplicito riconoscimento che il rifiuto di un accomodamento ragionevole costituisce una discriminazione sulla base della disabilità. Conseguentemente il Comitato ha raccomandato all’Italia di adottare immediatamente una definizione di “accomodamento ragionevole” in linea con la Convenzione e di porre in atto una norma giuridica che stabilisca esplicitamente che il rifiuto di un accomodamento ragionevole costituisce una discriminazione basata sulla disabilità in tutte le aree della vita, compresi i settori pubblico e privato.

 

Vedi anche

Accomodamento ragionevole in Strumenti e soluzioni per l’accessibilità