Riconoscimento e sostegno dei caregiver familiari

Contesto

Come ampiamente dimostrato da studi e ricerche, il modello di welfare italiano risulta ancora fondamentalmente assistenzialistico e di fatto incentrato sulla delega alle famiglie.
L'aiuto da parte dei caregiver familiari, che sopperiscono alle carenze del sistema di welfare, è un fenomeno ampio e diffuso, che coinvolge soprattutto le donne (mogli, conviventi, sorelle e madri), e che comporta costi sociali non irrilevanti.
Alcuni di questi costi sono diretti, pensiamo alle spese di tipo medico (per visite specialistiche, farmaci, ecc.) o di altra natura (come nel caso dei trasporti, ecc.).
Altri costi sono invece indiretti, e sono fatti di redditi da lavoro mancati, ma anche e soprattutto di impatti sulla qualità della vita dei caregiver e di mancata valorizzazione del lavoro di cura.

Dati

Secondo i dati ISTAT relati all'anno 2010, in Italia sono più di 15 milioni (il 38,4% della popolazione tra i 15 e i 64 anni) gli uomini e le donne che si prendono regolarmente cura di figli coabitanti di meno di 15 anni, di altri bambini della stessa fascia di età e/o di persone anziane, malate, con disabilità. Nel dettaglio, la cura dei figli occupa 11 milioni di persone (il 27,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni), quella di altri bambini 2,7 milioni (6,7%), mentre 3,3 milioni di persone si prendono regolarmente cura di anziani, malati, adulti con disabilità (8,4%).

Le donne risultano complessivamente più impegnate nel lavoro di cura rispetto agli uomini, sia in valore assoluto (8,4 milioni di donne contro 6,8 milioni di uomini), che in termini percentuali sulla popolazione di riferimento (il 42,3% delle donne contro il 34,5% degli uomini) e anche per questo risulta più bassa la loro partecipazione al mercato del lavoro.
Tra le madri di 25-54 anni, la quota di occupate è pari al 55,5% (contro il 62,0% delle altre donne di questa stessa fascia di età), mentre tra i padri raggiunge il 90,6% (contro il 79,8% degli altri uomini). Il tasso di occupazione si riduce all’aumentare del numero di figli (dal 58,5% per le donne con un figlio, al 33,3% per le madri con tre o più figli). Ed è correlato all’appartenenza geografica: è occupato il 34,6% delle madri che vivono al Sud o nelle Isole, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione.
Analogamente, la cura di persone adulte, anziane, malate o con disabilità, corrisponde ad un livello inferiore di occupazione rispetto a quello di chi non ha questo tipo di responsabilità, ed è per la componente femminile che si determinano le differenze più elevate: tra i 25 e i 44 anni il tasso di occupazione delle donne che si prendono cura di un adulto o di una anziano è di circa otto punti percentuali inferiore a quello del resto della popolazione.

Di contro, sono oltre un milione le persone inattive (il 24% di quelle con figli minori di 15 anni o con altre responsabilità di cura) che sarebbero disposte a lavorare se potessero ridurre il tempo impegnato nell’assistenza e nell’accudimento.
Le regioni dell’Italia meridionale spiccano non solo per più alti livelli di inattività e disoccupazione, ma anche per quote più elevate di persone (oltre tre su dieci) che sarebbero disposte a lavorare se potessero ridurre i propri carichi familiari.

Oltre un terzo delle donne occupate con responsabilità di cura ha un lavoro part-time.
La mancanza di servizi di supporto nelle attività di cura rappresenta un ostacolo per il lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part time (il 14,3%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne non occupate (l’11,6%).
Tra le donne che hanno cura di anziani o adulti non autosufficienti, il 22% riferisce di lavorare part time proprio perché i servizi e le strutture per la cura di adulti non autonomi sono assenti o inadeguati, e per lo stesso motivo il 15,5% dichiara la propria impossibilità a lavorare. L’inadeguatezza dei servizi viene fatta risalire soprattutto ai costi troppo elevati e all’assenza nella zona di residenza.
Nel complesso, 693 mila donne (il 3,5% del totale della popolazione femminile tra 15 e 64 anni) potrebbero cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se avessero servizi adeguati.

A riprova della centralità del lavoro di cura familiare per le persone con disabilità, un'indagine dell'ISTAT relativa all'anno 2011, evidenzia come l’aiuto da parte di familiari sia quello su cui le persone con limitazioni funzionali contano più spesso, sia in termini di parenti su cui fare affidamento in caso di bisogno (nell’83,1% dei casi), sia in termini di aiuto effettivamente fornito: il 55% delle persone con limitazioni funzionali riceve aiuti unicamente da familiari conviventi o non conviventi. Marginale è invece la quota di chi fruisce di aiuti da parte di assistenti domiciliari od operatori sociali, in via esclusiva (0,8%) o in combinazione con altri tipi di aiuto (1,8%). Nel 7,8% dei casi si ricorre unicamente a personale a pagamento e nel 15,6% alla combinazione di aiuti provenienti da altre persone familiari e non.
Il 7,6% delle persone con limitazioni funzionali non ha aiuti ma ne avrebbe bisogno (in particolare, tra le persone con lievi limitazioni funzionali di 11-64 anni la quota sale al 20,1%) e ben il 31,2% ha aiuti ma afferma di averne ulteriore bisogno (valore che sale al 40% tra le persone con gravi limitazioni funzionali).

Nell'anno 2013, sempre secondo l'ISTAT, meno del 20% delle famiglie con almeno una persona con limitazioni funzionali ha usufruito di servizi pubblici a domicilio. E la carenza assistenziale non è colmata neppure dai servizi domiciliari a pagamento: sono infatti oltre il 70% le famiglie che non usufruiscono di alcun tipo di assistenza domiciliare, né privata né pubblica.

Un discorso specifico va fatto in relazione alla sostenibilità economica dei servizi di cura privati. In uno studio del 2013, il CENSIS rileva che, a fronte di dieci famiglie che si avvalgono delle prestazioni svolte dai collaboratori familiari a pagamento, ve ne sono novanta che non lo fanno. E ciò non sempre significa che non ne abbiano bisogno o che non vorrebbero, visto che il 27,9% delle famiglie sarebbe interessata ad acquistare i servizi sul mercato, ma non lo fa per motivi economici (il 21,2%). In questi casi, se la cura e l’assistenza ad uno o più membri della famiglia (sono il 20% le famiglie che dichiarano che in casa è presente una persona che ha bisogno di cura e assistenza) non comporta esborsi economici diretti, non bisogna però dimenticare il costo non irrilevante che la famiglia sostiene in termini di rinuncia al lavoro da parte del caregiver familiare, generalmente donna (nel 90,4% dei casi) e giovane (il 66% ha meno di 44 anni). Si stima, in particolare,  che nel 25% delle famiglie in cui è presente una persona da assistere, e non si possa ricorrere ai servizi di collaboratori, vi è una donna giovane che ha rinunciato al lavoro: interrompendolo (9,7%), riducendo significativamente l’impegno (8,6%) o smettendo di cercarlo (6,7%).

Alcuni focus specifici, realizzati dal CENSIS, hanno evidenziato gli impatti prodotti dallo svolgimento dei compiti di cura sulla salute e la qualità della vita dei caregiver.

Nell’indagine sulla condizione delle persone con schizofrenia e delle loro famiglie, il 63,0% dei caregiver intervistati dichiara di sentirsi fisicamente stanco, il 43,5% non dorme a sufficienza e il 23,2% è dovuto ricorrere al supporto psicologico. Inoltre, rispettivamente, il 18,8% soffre di depressione o ha subito una sensibile variazione di peso.
Dal punto di vista della conciliazione tra attività lavorativa e di cura, il 27,6% dei caregiver interpellati afferma di avere sperimentato nell’ultimo anno la necessità di assentarsi dal lavoro per riuscire ad adempiere ai compiti di assistenza. Inoltre il 37,8% dichiara di aver modificato alcuni aspetti della propria vita lavorativa a seguito della malattia di chi assiste, con un impatto che per molti si è tradotto concretamente nell’abbassamento del proprio livello reddituale.

Nella ricerca sugli impatti della malattia di Parkinson, il 36,9% degli intervistati dichiara che il lavoro di cura ha prodotto delle conseguenze sulla propria occupazione, che vanno dai problemi per le ripetute assenze sul lavoro, alla necessità di chiedere il part-time, fino alla scelta di andare in pensione o alla perdita del lavoro.
Il 55,7% evidenzia come i compiti assistenziali abbiano determinato un’interruzione, per mancanza di tempo, di tutte le attività extra lavorative, quali lo sport, i viaggi, gli hobby, il volontariato.
Il 31,0% segnala il crescente isolamento, causato dall’allontanarsi delle amicizie per l’impossibilità di frequentarle assiduamente.
Il 79,2% afferma di aver subito almeno un effetto sulla propria salute. In particolare, di questi ultimi, il 65,3% riconosce di sentirsi fisicamente stanco e il 41,1% di non dormire a sufficienza. A ciò si aggiunge, con percentuali intorno al 10%, chi ha problemi di peso, chi si ammala più spesso e chi soffre di depressione. Il 6,9% ha fatto ricorso al supporto psicologico e il 4,5% è stato ricoverato in ospedale.

Nell’indagine sui costi sociali connessi all’ictus cerebrale, il 77,6% degli intervistati dichiara che in seguito all’esperienza assistenziale la sua qualità della vita è peggiorata (55,2%) o molto peggiorata (22,4%), e per il 55,7% si è dovuto rinunciare totalmente al proprio tempo libero. Sotto il profilo psico-fisico ne consegue che nel 72,1% dei casi i caregiver intervistati hanno indicato di sentirsi fisicamente stanchi a causa dell’onere assistenziale, il 57,1% non dorme a sufficienza e il 24,8% soffre di depressione. A ciò si aggiunge il 10,3% di coloro che sono ricorsi al supporto psicologico e il 6,5% che è stato ricoverato in ospedale.