Salute

L’articolo 25 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità obbliga gli Stati firmatari a riconoscere il diritto alle persone con disabilità “di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità”, e obbliga gli stessi Stati parte ad adottare “tutte le misure adeguate a garantire loro l’accesso a servizi sanitari”, tenendo conto delle specifiche differenze di genere.

Dati

Lo studio dell’associazione tra la presenza di limitazioni nelle attività quotidiane e le condizioni di salute, misurata dall'ISTAT con indicatori sia soggettivi (salute percepita) che oggettivi (presenza di malattie croniche), evidenzia nelle persone con disabilità uno stato di salute di gran lunga più compromesso rispetto a quello di chi non dichiara limitazioni. Inoltre, essendo l’universo delle persone con disabilità di età più elevata rispetto al resto della popolazione (età media: 67,5 anni contro 39,3 anni), risulta molto più diffusa la presenza di cronicità e comorbilità.

Il 61,0% delle persone con disabilità dichiara di sentirsi male o molto male, a fronte dell’0,6% di chi non ha limitazioni e del 13,3% di chi ha limitazioni non gravi. Le percentuali più alte di cattiva percezione delle proprie condizioni di salute si riscontrano tra le donne con disabilità (62,8%) e tra gli anziani con disabilità di entrambi i sessi (circa il 69%). Ma anche nelle classi di età più giovani (fino a 64 anni) troviamo il 47,7% di persone con disabilità che dichiarano di sentirsi male o molto male (a fronte dello 0,4% di chi è senza limitazioni e del 10,4 di chi ha limitazioni lievi), con una differenze di genere a svantaggio delle donne con disabilità (50,3% vs 45,0% degli uomini con disabilità).
L’analisi per titolo di studio e residenza geografica evidenzia disuguaglianze nella percezione della propria condizione di salute. Nella popolazione adulta (25-64 anni) il 43,1% delle persone con disabilità che hanno un titolo di studio elevato riferisce di stare male o molto male, contro il 65,5% di chi ha un basso livello di istruzione, differenza che si attenua tra gli anziani con gravi limitazioni (rispettivamente 62,9% e 69,6%). A livello territoriale, si registra inoltre una significativa differenza tra Nord e Sud del Paese, con il Mezzogiorno che arriva al 77% di persone con disabilità anziane che dichiarano una cattiva condizione di salute (62% nel Nord) e al 57% tra chi ha meno di 65 anni (42% nel Nord e nel Centro).

Tra le persone con disabilità le malattie croniche gravi hanno una prevalenza circa dieci volte più elevata rispetto a chi non ha alcuna limitazione, sia per le persone con tre o più patologie croniche (71,6% vs. 7,3%), sia per chi ha almeno una malattia cronica grave (65,7% vs. 6,4%). I divari risultano particolarmente ampi tra le persone fino a 64 anni, mentre si riducono pur rimanendo molto significativi tra gli anziani.
Le disuguaglianze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno, che per l’intera popolazione presenta prevalenze di morbilità cronica più elevate del Centro-Nord a parità di età, sembrano incidere per le persone con disabilità soprattutto fino all'età adulta.

Nel 2017, secondo le stime dell'ISTAT, la speranza di vita a 65 anni è per gli uomini di 18,2 anni ancora davanti e per le donne di 21,7, mentre il numero medio di anni di vita attesi a 65 anni senza limitazioni nelle attività è pari a 10 anni per gli uomini e 9,4 per le donne. Nel confronto europeo, l’Italia si posiziona al terzo posto per l’indicatore sulla speranza di vita a 65 anni, dopo Francia e Spagna, sia per gli uomini che per le donne, ma quando si considera la qualità della sopravvivenza (ossia la speranza di vita senza limitazioni a 65 anni), l’Italia scende al 12° posto tra i 28 paesi UE per gli uomini e all’11° posto per le donne, sebbene con valori prossimi alla media europea.

Dal punto di vista del confronto con gli altri Paesi del mondo avanzato, europei e OCSE, conclusioni simili erano emerse anche dalla Sesta Relazione annuale del CNEL sulla qualità dei servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni.

Come evidenzia il CNEL, in Italia la speranza di vita alla nascita risulta tra le più alte nel mondo: 80,7 anni per gli uomini e 85,6 per le donne, contro una media europea di 79,3 e 84,7 (Eurostat 2015). Anche l’età media dei cittadini italiani appare la più alta in Europa, dopo la Germania (45,9 anni contro 45,1); ciò dipende in parte dal basso tasso di natalità (tra il 2014 e il 2015 si calcola una contrazione delle nascite del 3,3%), ma anche dai buoni risultati della sanità pubblica e delle relative cure, come dimostra il dato sugli anni di vita persi a causa di carenze sanitarie, che colloca l’Italia tra i Paesi più virtuosi al mondo.
Ne consegue che anche l’indice di vecchiaia risulti tra i più elevati a livello mondiale. E si prevede che nel 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, posizionando l’Italia al secondo posto dopo il Giappone per anzianità.
Riguardo agli anni di vita vissuti in buona salute, il nostro Paese registra un livello mediamente soddisfacente rispetto alla media degli altri Paesi avanzati, anche se tra il 2005 e il 2014, secondo i dati UE, si è registrato un leggero peggioramento: gli anni di vita in buona salute sono passati per gli uomini da 66,6 nel 2005 a 62,5 nel 2014, e per le donne da 67,8 a 62,3. In proposito, alcuni studi evidenziano come l'andamento di tale indicatore dipenda dall'aumento delle patologie croniche e dall'espansione della morbilità caratteristiche dell’età anziana. Ma altri studi mostrano anche una crescente incidenza delle patologie croniche nelle fasi centrali della vita e nei cosiddetti giovani-adulti. Se quindi verrà confermata la teoria della “doppia espansione di morbidità” (traduzione di double expansion of morbidity, un fenomeno analogo studiato negli Stati Uniti), ossia della crescente morbilità non solo nella popolazione più longeva, ma che in quella più giovane, nei prossimi anni, secondo il CNEL, si prefigureranno scenari sanitari e conseguenti politiche per la salute decisamente più complessi e articolati del passato.
Le preoccupazioni evidenziate si collegano con una serie di altri dati non particolarmente positivi che l’Italia registra rispetto agli altri Paesi avanzati dal punto di vista della prevenzione e della cura delle disabilità, e delle cronicità invalidanti in modo particolare. 

L’Italia infatti risulta debole, se confrontata a livello mondiale, riguardo sia alla spesa sanitaria e socio-sanitaria che alle strutture per anziani non autosufficienti e persone con disabilità. La spesa per Long Term Care, nel 2015, è stata stimata dall’OCSE nell’1,1% rispetto al totale della spesa sanitaria italiana, contro una media dell’1,66 a livello OCSE. Gli utenti over 65 in assistenza domiciliare per abitante, sempre secondo tali stime, erano pari al 5% nel 2013, valore tra i più bassi e pari a circa la metà di quelli rilevati in molti Paesi del Nord Europa. Le strutture residenziali e semiresidenziali per anziani e persone con disabilità risultano decisamente meno sviluppate che altrove. Ne consegue un sovraccarico assistenziale per le famiglie, e soprattutto per le donne (madri, mogli, figlie), che trova riscontro ormai anche nelle statistiche internazionali per tutti i Paesi mediterranei (oltre il 62% dei caregiver è donna), e per l'Italia in particolare, contro valori più bassi registrati negli altri Paesi.

Uno dei principali problemi di performance del sistema sanitario italiano evidenziato dal CNEL è quello delle differenze territoriali e dell’evidente svantaggio del Sud del Paese e delle classi meno agiate.
Il divario appare evidente innanzitutto dal punto di vista epidemiologico. La popolazione con limitazioni funzionali è più numerosa in media nelle Regioni meridionali, rispetto a quelle settentrionali e centrali, e l’incidenza relativa aumenta più frequentemente al Sud che al Nord. Riguardo l’offerta per disabilità e cronicità, ad esclusione del Molise, presentano una performance positiva quasi tutte le Regioni appartenenti all'area del Centro-Nord; mentre presentano valori inferiori alla media nazionale le Regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per il Friuli Venezia Giulia e la Liguria (CENSIS su dati ISTAT).
Parallelamente, si registra un aumento costante della spesa sanitaria privata out of pocket, che nel 2015 ha superato in Italia i 34 miliardi di euro (in media 569 euro annui a famiglia). Una spesa che risulta totalmente a carico dei cittadini, poiché il livello di intermediazione (da parte di fondi sanitari, mutue e assicurazioni) appare piuttosto limitato (il 13%, pari a 4,5 miliardi di euro, con una potenzialità di ulteriori 26,5 miliardi attivabili), distante dai livelli europei e mondiali.
Strettamente collegato appare il fenomeno della cosiddetta “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. Dunque: “Meno sanità pubblica, più sanità privata e anche meno sanità e quindi anche meno salute per chi ha difficoltà economiche o comunque non riesce a pagare di tasca propria le prestazioni nel privato o in Intramoenia”. E ciò, in particolare, per le famiglie colpite da casi di malattie croniche o fortemente invalidanti.

Dal Rapporto Osservasalute 2017, centrato sull'elaborazione di dati ISTAT relativi all'anno 2015, emerge come la presenza di limitazione nelle attività quotidiane sia accompagnata, in circa un caso su due, da forme di dolore fisico, da moderato a molto forte (avvertito nelle 4 settimane precedenti l’intervista).
Da evidenziare sono le differenze per età. Tra gli over 64, la percentuale di chi prova dolore fisico di varia entità è pari al 56,0%, mentre nella fascia di età 14-64 anni scende al 46,5%, in confronto rispettivamente al 16,2% e al 10,6% rilevato tra chi non ha disabilità.
Tali forme di dolore fisico interferiscono nello svolgimento delle abituali attività quotidiane, nel 53,2% dei casi tra gli anziani con disabilità e nel 39,5% tra i 14 e i 64 anni.
Rispetto al grado di benessere psicologico, l’8,5% delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane di 14 anni e più riferisce un disturbo depressivo di maggiore livello (avvertito nelle 2 settimane precedenti l’intervista), a fronte dell’1,1% delle persone senza limitazioni. Coloro che riferiscono invece un disturbo depressivo di minore livello sono il 9,3%, contro lo 0,2% delle persone senza disabilità.

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