Salute

L’articolo 25 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità obbliga gli Stati firmatari a riconoscere il diritto alle persone con disabilità “di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità”, e obbliga gli stessi Stati parte ad adottare “tutte le misure adeguate a garantire loro l’accesso a servizi sanitari”, tenendo conto delle specifiche differenze di genere.

Dati

La Sesta Relazione annuale del CNEL sulla qualità dei servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni evidenzia come l'Italia, sul tema sanità e salute, mostri un livello di performance mediamente abbastanza positivo nel confronto con gli altri Paesi del mondo avanzato, europei e OCSE.

La speranza di vita alla nascita risulta tra le più alte nel mondo: 80,7 anni per gli uomini e 85,6 per le donne, contro una media europea di 79,3 e 84,7 (Eurostat 2015). Anche l’età media dei cittadini italiani appare la più alta in Europa, dopo la Germania (45,9 anni contro 45,1); ciò dipende in parte dal basso tasso di natalità (tra il 2014 e il 2015 si calcola una contrazione delle nascite del 3,3%), ma anche dai buoni risultati della sanità pubblica e delle relative cure, come dimostra il dato sugli anni di vita persi a causa di carenze sanitarie, che colloca l’Italia tra i Paesi più virtuosi al mondo.
Ne consegue che anche l’indice di vecchiaia risulti tra i più elevati a livello mondiale. E si prevede che nel 2050 un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, posizionando l’Italia al secondo posto dopo il Giappone per anzianità.
Riguardo agli anni di vita vissuti in buona salute, il nostro Paese registra un livello mediamente soddisfacente rispetto alla media degli altri Paesi avanzati, anche se tra il 2005 e il 2014, secondo i dati UE, si è registrato un leggero peggioramento: gli anni di vita in buona salute sono passati per gli uomini da 66,6 nel 2005 a 62,5 nel 2014, e per le donne da 67,8 a 62,3. In proposito, alcuni studi evidenziano come l'andamento di tale indicatore dipenda dall'aumento delle patologie croniche e dall'espansione della morbilità caratteristiche dell’età anziana. Ma altri studi mostrano anche una crescente incidenza delle patologie croniche nelle fasi centrali della vita e nei cosiddetti giovani-adulti. Se quindi verrà confermata la teoria della “doppia espansione di morbidità” (traduzione di double expansion of morbidity, un fenomeno analogo studiato negli Stati Uniti), ossia della crescente morbilità non solo nella popolazione più longeva, ma che in quella più giovane, nei prossimi anni, secondo il CNEL, si prefigureranno scenari sanitari e conseguenti politiche per la salute decisamente più complessi e articolati del passato.
Le preoccupazioni evidenziate si collegano con una serie di altri dati non particolarmente positivi che l’Italia registra rispetto agli altri Paesi avanzati dal punto di vista della prevenzione e della cura delle disabilità, e delle cronicità invalidanti in modo particolare.
L’Italia infatti risulta debole, se confrontata a livello mondiale, riguardo sia la spesa sanitaria e socio-sanitaria che le strutture per anziani non autosufficienti e persone con disabilità. La spesa per Long Term Care, nel 2015, è stata stimata dall’OCSE nell’1,1% rispetto al totale della spesa sanitaria italiana, contro una media dell’1,66 a livello OCSE. Gli utenti over 65 in assistenza domiciliare per abitante, sempre secondo tali stime, erano pari al 5% nel 2013, valore tra i più bassi e pari a circa la metà di quelli rilevati in molti Paesi del Nord Europa. Le strutture residenziali e semiresidenziali per anziani e persone con disabilità risultano decisamente meno sviluppate che altrove. Ne consegue un sovraccarico assistenziale per le famiglie, e soprattutto per le donne (madri, mogli, figlie), che trova riscontro ormai anche nelle statistiche internazionali per tutti i Paesi mediterranei (oltre il 62% dei caregiver è donna), e per l'Italia in particolare, contro valori più bassi registrati negli altri Paesi.

Uno dei principali problemi di performance del sistema sanitario italiano evidenziato dal CNEL è quello delle differenze territoriali e dell’evidente svantaggio del Sud del Paese e delle classi meno agiate.
Il divario appare evidente innanzitutto dal punto di vista epidemiologico. La popolazione con limitazioni funzionali è più numerosa in media nelle Regioni meridionali, rispetto a quelle settentrionali e centrali, e l’incidenza relativa aumenta più frequentemente al Sud che al Nord. Riguardo l’offerta per disabilità e cronicità, ad esclusione del Molise, presentano una performance positiva quasi tutte le Regioni appartenenti all'area del Centro-Nord; mentre presentano valori inferiori alla media nazionale le Regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per il Friuli Venezia Giulia e la Liguria (CENSIS su dati ISTAT).
Parallelamente, si registra un aumento costante della spesa sanitaria privata out of pocket, che nel 2015 ha superato in Italia i 34 miliardi di euro (in media 569 euro annui a famiglia). Una spesa che risulta totalmente a carico dei cittadini, poiché il livello di intermediazione (da parte di fondi sanitari, mutue e assicurazioni) appare piuttosto limitato (il 13%, pari a 4,5 miliardi di euro, con una potenzialità di ulteriori 26,5 miliardi attivabili), distante dai livelli europei e mondiali.
Strettamente collegato appare il fenomeno della cosiddetta “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. Dunque: “Meno sanità pubblica, più sanità privata e anche meno sanità e quindi anche meno salute per chi ha difficoltà economiche o comunque non riesce a pagare di tasca propria le prestazioni nel privato o in Intramoenia”. E ciò, in particolare, per le famiglie colpite da casi di malattie croniche o fortemente invalidanti.

Come evidenziato nel Rapporto Osservasalute 2018, basato sull'elaborazione di dati ISTAT relativi all'anno 2016, la presenza di limitazioni, gravi e non gravi, nelle attività quotidiane risulta fortemente associata sia a una maggiore prevalenza di malattie croniche, sia a una peggiore percezione del proprio stato di salute.
Il 30,0% delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane presenta una malattia cronica, il 19,7% due malattie croniche e il 20,5% tre o più malattie croniche, mentre il 29,8% non ha alcuna malattia cronica. Valori molto diversi da quelli che si riscontrano tra le persone senza limitazioni: il 19,2% ha una malattia cronica, l’8,3% due malattie croniche, il 5,1% tre o più malattie croniche e il 67,4% non presenta alcuna malattia cronica.  
Il 18,7% delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane dichiara di sentirsi male o molto male, mentre tale percentuale si attesta allo 0,6% tra le persone senza limitazioni.
Per entrambi gli indicatori considerati, l’analisi territoriale evidenzia dei divari tra Nord e Sud del Paese.

Dal Rapporto Osservasalute 2017, centrato sempre sull'elaborazione di dati ISTAT relativi però all'anno 2015, emerge come la presenza di limitazione nelle attività quotidiane sia accompagnata, in circa un caso su due, da forme di dolore fisico, da moderato a molto forte (avvertito nelle 4 settimane precedenti l’intervista).
Da evidenziare sono le differenze per età. Tra gli over 64, la percentuale di chi prova dolore fisico di varia entità è pari al 56,0%, mentre nella fascia di età 14-64 anni scende al 46,5%, in confronto rispettivamente al 16,2% e al 10,6% rilevato tra chi non ha disabilità.
Tali forme di dolore fisico interferiscono nello svolgimento delle abituali attività quotidiane, nel 53,2% dei casi tra gli anziani con disabilità e nel 39,5% tra i 14 e i 64 anni.
Rispetto al grado di benessere psicologico, l’8,5% delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane di 14 anni e più riferisce un disturbo depressivo di maggiore livello (avvertito nelle 2 settimane precedenti l’intervista), a fronte dell’1,1% delle persone senza limitazioni. Coloro che riferiscono invece un disturbo depressivo di minore livello sono il 9,3%, contro lo 0,2% delle persone senza disabilità.

Temi specifici

Diritto alla salute

Libertà di scelta

Discriminazione in ambito assicurativo

Rifiuto discriminatorio di assistenza medica, cure o servizi

Partecipazione delle organizzazioni delle persone con disabilità

Salute e differenze di genere

Riservatezza delle informazioni personali

Accessibilità alle strutture e servizi per la salute e la riabilitazione

Formazione del personale