Salute e differenze di genere

Il concreto esercizio del diritto alla salute di tutte le persone con disabilità richiede l'adozione di misure appropriate affinché l'accesso ai servizi sanitari tenga conto anche delle specifiche differenze di genere. Impone, in altre parole, la rimozione degli ostacoli e delle barriere che le donne e le minori con disabilità possono incontrare nell'accesso alla salute, in termini di informazione, prevenzione, cura, riabilitazione.

Tale riconoscimento, espressamente contenuto nella Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (art. 25, comma 1), viene ripreso anche dal 2° Manifesto sui diritti delle Donne e delle Ragazze con Disabilità nell'UE, adottato nel 2011 dal Forum Europeo sulla Disabilità (EDF). In esso, infatti, si prende atto che "il genere è una determinante importante nell’accesso alla salute e provoca disuguaglianze nell'accesso all'assistenza e al trattamento sanitari tra uomini e donne" (punto 10).

Contesto

Nonostante tali presupposti, l'EDF denuncia come finora non sia stata posta alcuna attenzione specifica nei confronti di chi è esposto a maggiori rischi di esclusione a causa dell'intersezione del genere con altri fattori discriminanti, quale appunto la disabilità. Di conseguenza, la situazione specifica in cui si trovano le donne e le minori con disabilità non è stata adeguatamente affrontata. E si registra una sostanziale carenza di studi relativi alla salute che considerino simultaneamente gli indicatori del genere e della disabilità.

La mancanza di dati e informazioni sul tema viene evidenziata anche dal Forum Italiano sulla Disabilità (FID) nel Primo Rapporto alternativo sulla Convenzione ONU. Al suo interno, infatti, le barriere nell'accesso alla cura per le donne e minori con disabilità vengono messe in luce sulla base di evidenze ed esperienze dirette. In particolare, secondo il FID, non emerge alcuna attenzione per le donne e le minori con disabilità negli ordinari programmi di cura, come ad esempio quelli riguardanti la ginecologia e l'ostetricia. Non si rilevano campagne informative sulla sessualità, sul controllo riproduttivo, sulla prevenzione di malattie sessualmente trasmettibili e di tumori al seno o all’utero che le coinvolgano direttamente. Non risulta garantita l'accessibilità dell'informazione nell'ambito delle campagne sanitarie istituzionali, soprattutto in riferimento alle disabilità sensoriali e intellettive. Si rileva l'inadeguatezza delle strutture sanitarie in termini di accessibilità dei luoghi e degli strumenti diagnostici, e di formazione e competenze del personale sanitario.

Il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle Osservazioni Conclusive al Rapporto del Governo italiano sull’implementazione della Convenzione ONU, manifesta (al punto 61) la propria preoccupazione per "la mancanza di accessibilità fisica e delle informazioni relative ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva, includendo la discriminazione e gli stereotipi, in particolare nei confronti delle donne e delle ragazze con disabilità".
Pertanto (nel successivo punto 62) raccomanda allo Stato italiano "di garantire l’accessibilità ai presidi e alle attrezzature, alle informazioni e alle comunicazioni relative ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e di prevedere la formazione del personale sanitario sui diritti delle persone con disabilità, in stretta collaborazione con le associazioni rappresentative delle persone con disabilità, e in particolare delle donne con disabilità". Nonchè di rafforzare gli strumenti di lotta contro le discriminazioni e gli stereotipi.

Dati

Nel Rapporto 2015 dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane vengono forniti alcuni dati sull’accesso agli screening femminili da parte delle donne con disabilità, e in particolare il numero delle donne con limitazioni funzionali che hanno eseguito più di un esame e la frequenza con la quale si sottopongono al controllo. Pap-test e mammografia rappresentano esami di prevenzione per il tumore del collo dell’utero e della mammella, rivolti rispettivamente alle donne di età 25-64 anni e 50-69 anni.
Gli indicatori proposti considerano tutti coloro che hanno eseguito l’accertamento, sia avvenuto all’interno dei programmi di screening nazionali e locali, sia pagandolo a proprie spese.
Le donne con limitazioni funzionali di 25-64 anni che si sono sottoposte a più di un pap-test nella loro vita sono il 52,3% e quelle di 50-69 anni che si sono sottoposte a più di una mammografia sono il 58,5%, valori di oltre 15 punti inferiore rispetto a quelli raggiunti dal resto della popolazione femminile (rispettivamente 67,5% e 75,0%). Stanti tali dati risulta quindi necessario indagare i motivi del gap evidenziato, verificando in particolare l’accessibilità delle strutture, soprattutto in Regioni come Sicilia, Calabria e Campania che presentano percentuali particolarmente basse di donne con limitazioni funzionali che si sottopongono agli screening femminili.

Un’indagine pubblicata dal Gruppo donne della UILDM nel 2013 affronta specificatamente il tema dell’accessibilità alle donne con disabilità dei servizi di ginecologia e ostetricia. Il concetto di accessibilità adottato nella ricerca, che ha coinvolto 61 enti sanitari pubblici, è più ampio di quello di abbattimento delle barriere architettoniche. Esso si identifica con la progettazione universale (Universal Design) e il benessere ambientale e relazionale. In quest’ottica vengono quindi rilevate anche informazioni che non riguardano solo ed esclusivamente il momento e l’ambiente della visita.
Vediamo nel dettaglio i risultati emersi.
In alcune strutture si registra un numero di ore settimanali di apertura dei servizi molto basso (2, 4, 5, 6, 8 ore) e una generale propensione ad erogare i servizi al mattino, con conseguenti impatti sulla possibilità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per le lavoratrici con disabilità (e per l’eventuale persona che le accompagna, qualora non fossero autonome negli spostamenti).
Solo il 42,6% degli enti pubblici coinvolti dichiara di avere un Centro Unico di Prenotazioni e l’11,5% delle sedi dei CUP esistenti presenta barriere architettoniche e/o percettivo-sensoriali. Inoltre la quasi totalità dei CUP (98,4%) predilige la prenotazione telefonica e quella effettuata recandosi personalmente presso la struttura, riducendo le potenzialità inclusive delle nuove tecnologie, ancora largamente sottoutilizzate.
Parimenti, riguardo il reperimento di informazioni sui servizi ostetrico-ginecologici, prevalgono il contatto telefonico o di persona. Solo 6 strutture forniscono informazioni tramite e-mail, solo 37 attraverso il proprio sito internet e solo 1 usa formati e supporti differenziati (file audio, file digitali, testi in Brille, illustrazioni o filmati in lingua dei segni, testi semplificati ecc.), penalizzando quindi maggiormente le persone con disabilità sensoriali, intellettive e quelle con tetraplegie.
La reception è presente nel 52,5% delle strutture, ma in alcuni casi si rileva la presenza di ostacoli lungo il percorso per raggiungerla e l’impossibilità di avvicinarsi agevolmente al banco informazioni con la carrozzina. A ciò si aggiunge che meno del 22% delle strutture è dotata di operatori preparati a comunicare con persone con disabilità sensoriali o cognitive lievi.
Quasi tutte le strutture analizzate dispongono di una sala d’attesa, non sempre però facile da raggiungere o di ampiezza tale da consentire l’accesso ad una persona in carrozzina. Ben il 42,6% delle strutture non dispone invece di un bagno accessibile alle persone con disabilità.
In riferimento alla possibilità di recarsi presso le strutture, ben il 63,9% delle sedi non è servito da mezzi di trasporto pubblici o è servito da mezzi di trasporto pubblici inaccessibili alle persone con disabilità.
Passando allo specifico dei servizi ostetrico-ginecologici, ostacoli lungo il percorso per raggiungere la sala visita sono stati rilevati in misura diversa (con valori uguali o inferiori al 20% dei casi) a seconda della tipologia di esame, la cui esecuzione non è sempre prevista contemporaneamente in ogni singola struttura. Parimenti accade per l’adeguatezza degli spazi di movimento di una persona in carrozzina: si va dal minimo del 66,7% per la densitometria ossea al 100% per le prove uro dinamiche.
Non sempre è disponibile uno spogliatoio accessibile all’interno degli ambulatori e, anche nei casi in cui esso è presente, non è scontato che garantisca la riservatezza dell’utente nella fase preparatoria alla visita.
Per le donne con disabilità motoria che si spostano in carrozzina è particolarmente importante che negli ambulatori siano presenti: un lettino ginecologico regolabile in altezza, un sollevatore, almeno due operatori (infermieri/ausiliari) disponibili ad aiutare la paziente in caso di bisogno. Solo la presenza simultanea di tutti questi requisiti può garantire l’effettiva libertà di scelta sulla modalità di movimentazione più adatta alle proprie caratteristiche. In base ai risultati dell’indagine il sollevatore risulta quasi ovunque assente, con la conseguenza che si è costretti a ricorrere più frequentemente ad uno spostamento manuale da parte degli operatori, non sempre adeguatamente formati e quindi con rischi connessi alla sicurezza stessa della donna con disabilità. Il 77,8% delle strutture che effettuano la mammografia dispone di un mammografo in grado di scendere verso il basso sino al livello di una donna seduta in carrozzina. E solo in 1 delle 3 strutture che effettuano la densitometria ossea si può operare su persone sedute o allettate.
Infine solo in 4 strutture delle 60 che erogano visite ostetrico-ginecologiche i medici risultano appositamente formati sulle diverse tipologie di disabilità.

Vedi anche

Salute e differenze di genere in Donne con disabilità