Assistenza personale

Dati

Secondo un'indagine dell'ISTAT relativa all'anno 2011, il 55% delle persone con limitazioni funzionali riceve aiuti unicamente da familiari, conviventi o non conviventi. Mentre è marginale la quota di chi fruisce di aiuti da parte di assistenti domiciliari od operatori sociali, in via esclusiva (0,8%) o in combinazione con altri tipi di aiuto (1,8%). Nel 7,8% dei casi si ricorre unicamente a personale a pagamento e nel 15,6% alla combinazione di aiuti provenienti da altre persone, familiari e non.

Il 7,6% delle persone con limitazioni funzionali non ha aiuti ma ne avrebbe bisogno (in particolare, tra le persone con lievi limitazioni funzionali di 11-64 anni la quota sale al 20,1%) e ben il 31,2% ha aiuti ma afferma di averne ulteriore bisogno (valore che sale al 40% tra le persone con gravi limitazioni funzionali).

Nell'anno 2013, sempre secondo l'ISTAT, meno del 20% delle famiglie con almeno una persona con limitazioni funzionali ha usufruito di servizi pubblici a domicilio. E la carenza assistenziale non è colmata neppure dai servizi domiciliari a pagamento: sono infatti oltre il 70% le famiglie che non usufruiscono di alcun tipo di assistenza domiciliare, né privata né pubblica.

Inoltre, secondo uno studio del CENSIS, il 27,9% delle famiglie con necessità di cura sarebbe interessata ad acquistare i servizi sul mercato, ma non lo fa per motivi economici (il 21,2%).

Secondo i dati dell’Osservatorio INPS sui lavoratori domestici, nel 2017 si registrano 864.526 lavoratori regolari, in calo dell’1,0% rispetto al 2016. Si tratta per la maggioranza di lavoratori stranieri (73,1%) e si rileva una netta predominanza della componente femminile (88,3%: il valore più alto calcolato dal 2009). Nonostante il numero dei collaboratori domestici sia cresciuto enormemente, arrivando quasi a raddoppiare nell’arco di un decennio (2002-2012), l’INPS ha rilevato a partire dal 2013 una contrazione del numero dei lavoratori regolari (-14,7% tra il 2012 e il 2017). Tale decremento ha riguardato esclusivamente i lavoratori di origine straniera (-23,5% rispetto al 2012, anno in cui si era invece registrato un forte aumento per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari), a fronte invece di un incremento dei lavoratori italiani (+24,2%).
Sul totale dei lavoratori domestici, il 45,5% (pari a 393.478 lavoratori) ha un rapporto di lavoro come “badante” (nel 92,5% dei casi di sesso femminile e nel 77,5% di cittadinanza non italiana): il profilo prevalente è quello della lavoratrice donna straniera, rilevato nel 72,6% dei casi. Rispetto all’anno precedente, nel 2017 si registra un incremento del numero di badanti (2,9%), che origina completamente dalla crescita della componente italiana (+17,3%).

I lavoratori regolari non coprono tuttavia l'intero universo dei lavoratori domestici operanti nel nostro Paese: a questi occorre infatti aggiungere i lavoratori senza contratto, siano essi italiani o stranieri (con permesso di soggiorno o in una condizione di completa irregolarità, sia lavorativa che relativa al permesso di soggiorno).

Le stime finora prodotte oscillino tra il milione e il milione e mezzo di assistenti familiari (colf, badanti …). E si calcola che la crescita della domanda porterà il numero dei collaboratori a 2 milioni e 151 mila nel 2030 (CENSIS e Fondazione ISMU).

Fatti, violazioni, denunce

L’8 marzo 2016, il TAR del Lazio (Tribunale Amministrativo Regionale) ha depositato la Sentenza n. 2984 con la quale ha condannato il Comune di Fiumicino (Roma), in riferimento al proprio Regolamento per il servizio di assistenza indiretta alle persone con disabilità grave, per «non avere correttamente operato», per aver posto in essere «una grave violazione delle regole di correttezza e buona fede, all’insegna di una condotta negligente» e per aver «causato “danno patrimoniale” e “danno non patrimoniale”».
Quel Regolamento era stato prodotto dal Comune di Fiumicino il 12 febbraio 2014, riducendo consistentemente il budget destinato agli utenti (fino al 70%), in modo retroattivo, senza precedenti avvisi e senza operare distinzioni rispetto alle condizioni fisiche e familiari dei singoli utenti fruitori del servizio. A quel punto, alcune persone con disabilità e i loro familiari, supportati dall’Associazione Leg.Arco di Fiumicino, avevano presentato ricorso al TAR.

 

Nel mese di dicembre del 2014, il Tribunale Civile di Ascoli Piceno ha condannato il Comune di Ascoli Piceno a risarcire con 20.000 euro una donna con grave disabilità per discriminazione, ai sensi della Legge 67/06, in quanto per otto anni (dal 2002 al 2010) non le era stata riconosciuta una prestazione di assistenza domiciliare indiretta.
I Servizi Sociali del Comune - avvalendosi di una Delibera Comunale che riconosceva l’assistenza solo se svolta da estranei alla famiglia - avevano negato alla persona l’assistenza domiciliare indiretta, fino a quando, dopo il 2010, se ne era fatta carico la Regione Marche, con una partecipazione alla spesa del 25% da parte del Comune di Ascoli.
Nonostante i ripetuti solleciti, il Comune non aveva mai cercato di trovare un “accomodamento ragionevole” per tale situazione, cosicché, in quegli anni, il marito della donna aveva dovuto lasciare il lavoro per assistere la moglie. Successivamente, il progetto regionale era stato quindi riconosciuto proprio in virtù del fatto che egli stesso assisteva la moglie.
Nel corso del processo, il Comune di Ascoli si era difeso sostenendo di non disporre delle necessarie risorse economiche, motivazione che non è stata ritenuta valida dal Tribunale Civile.