Accesso a servizi a domicilio o residenziali

Dati

Secondo la Sesta Relazione annuale del CNEL sulla qualità dei servizi offerti dalle pubbliche amministrazioni, l’applicazione del nuovo ISEE ha prodotto come effetto il taglio dei sostegni alle famiglie per la parte non sanitaria delle rette nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali). Ciò ha comportato un ritorno a casa dei loro ospiti, non come scelta verso la domiciliarità, ma come conseguenza degli elevati costi delle strutture residenziali. Dunque, come lamentato dagli stessi gestori delle residenze, mentre fino a tre anni fa si registravano liste di attesa per i ricoveri, adesso si contano i letti vuoti. E, al tempo stesso, nascono forme di residenzialità irregolari che non rispettano gli standard di assistenza, né i diritti di chi vi lavora.
A prevalere appare la soluzione delle badanti, un universo in cui continua a permanere una condizione di prevalente irregolarità.

Accanto alla questione delle risorse, occorre tener conto anche delle condizioni di vita nelle strutture residenziali. Nella ricerca L’eccellenza sostenibile nel nuovo welfare. Modelli di risposta top standard ai bisogni delle persone non autosufficienti, il CENSIS calcola in 4,7 milioni gli anziani che sarebbero favorevoli alla residenzialità per persone autosufficienti e/o non autosufficienti, purché la sua qualità migliori rispetto a quella attuale. E, nello specifico, per “migliore qualità” si intende "non solo un’assistenza sanitaria tempestiva ed efficace, ma contesti ad alta intensità relazionale, aperti alle comunità esterne a cominciare da quelle limitrofe, piattaforme in grado di valorizzare le potenzialità residue delle persone non autosufficienti con uno spettro adeguato di attività diversificate". In particolare, il CENSIS evidenzia come le esperienze di altri Paesi, in primis quella olandese, confermino quanto emerge dalle buone prassi italiane in tema di assistenza agli anziani non autosufficienti. Ossia il fatto che "occorre allentare il dominio della sanità sulla vita dei longevi e promuovere contesti che siano piattaforme per la moltiplicazione delle relazioni, in cui ci sia un set ampio di attività, iniziative, progetti in cui le persone possono coinvolgersi e a partire dalle quali sviluppare rapporti con gli altri". Contesti, quindi, che tengano vive le reti di relazioni, contrastino l’isolamento e la segregazione, facciano perno sulla valorizzazione delle abilità, permettano alla persona di realizzare i propri progetti e le proprie aspettative, di essere protagonista attiva della propria vita e della vita della comunità nella quale si trova a vivere. E ciò con il risultato non solo di migliorare la qualità della vita delle persone, siano esse in residenza o meno, ma anche, secondo il CENSIS, di promuovere soluzioni assistenziali che siano sostenibili.

Fatti, violazioni, denunce

Tramite una Sentenza prodotta il 15 gennaio 2018, il TAR della Lombardia (Tribunale Amministrativo Regionale) ha accolto un ricorso presentato dall’amministratore di sostegno di una giovane con disabilità, stabilendo l’illegittimità della richiesta alle persone con disabilità di dare fondo ai propri risparmi per pagare le spese di assistenza, annullando quindi una parte di una Deliberazione della Giunta Comunale di Milano (n. 2496/15), nella quale si era previsto che «nel caso in cui l’utente possieda beni immobili oltre la cifra di 5.000 euro, l’amministratore comunale differirà l’intervento fino a che queste risorse, impiegate per il sostegno all’utente in forma privata, non si saranno ridotte all’importo di 5.000 euro».

L’azione è stata supportata dalla LEDHA di Milano (la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e dall’ANFFAS di Milano (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale).
Per i giudici del TAR lombardo, quella Deliberazione della Giunta Comunale di Milano «si pone in contrasto con la normativa sovraordinata», ovvero quella «regionale e quella statale», le quali «stabiliscono chiaramente che non solo l’accesso, ma anche la compartecipazione al costo delle prestazioni socio-sanitarie e sociali, devono essere stabiliti avendo come base la disciplina statale sull’indicatore della situazione economica equivalente, l’ISEE (Decreto del Presidente del Consiglio-DPCM 159/13). […] Deve quindi escludersi che il reddito dell’assistito ai fini dell’accesso e ai fini della determinazione della compartecipazione alla spesa possa essere definito dal Comune avendo per oggetto elementi diversi».

 

Nel 2016 la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), insieme all’ANFFAS Lombardia (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) e all’ANFFAS Martesana, ha inoltrato un ricorso al TAR, chiedendo la sospensiva del Regolamento per la realizzazione degli interventi e prestazioni di servizi in campo sociale, prodotto dal Comune di Vimodrone (Milano).

Secondo i ricorrenti, quel Regolamento conteneva criteri illegittimi per la compartecipazione alla spesa della retta delle RSD (Residenze Sanitarie per Persone con Disabilità, contenendo vari aspetti discriminatori nei confronti delle persone con disabilità. Sempre secondo i ricorrenti, infatti, in esso, a prescindere dal calcolo dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) già considerato, si chiedevano ulteriori informazioni patrimoniali, allo scopo di attingere al patrimonio immobiliare della persona con disabilità, fino al valore di 5.000 euro, andando quindi oltre quanto stabilito dalla disciplina stessa dell’ISEE (DPCM 159/13).

Il 23 marzo 2017 il TAR della Lombardia ha prodotto la Sentenza n. 00697/17, che ha dichiarato illegittimo dare fondo ai risparmi delle persone con disabilità, per pagare la retta della Residenza Sanitaria in cui esse risiedono.
Il Tribunale ha sancito inoltre che il Regolamento di quel Comune, nel quale si stabilivano nuove modalità di compartecipazione alla spesa sociale, debba essere annullato in molte parti rilevanti.
Ne è stato infatti cancellato anche l’articolo che prevedeva un limite massimo di 1.700 euro mensili di contributo alla retta a carico del Comune.
E ancora, è stata dichiarata illegittima la parte in cui il Comune intendeva imporre alla persona richiedente una struttura presso cui ricoverarsi.
Infine, il TAR della Lombardia ha decretato che è illegittimo stabilire «che la disponibilità economica per soddisfare le c.d. esigenze vitali mensili della persona con disabilità, che quindi rimangano nella disponibilità della persona, non possano superare i 100 euro».